Le grandi dimissioni

Ieri è tornata a circolare la notizia sulle “grandi dimissioni”.

Di nuovo, perché già si era parlato di come dopo la pandemia tante persone abbiano cominciato a ripensare alla propria vita e scelto di vivere in modo diverso.

Questo fenomeno, non solo italiano e che sembra essere stato riconosciuto dagli Stati Uniti come “Great resignation”, ha in parte cause comuni.

Dal sito del Sole 24 ore leggo:

L’aumento delle dimissioni – spiega Tania Scacchetti della Cgil – può avere spiegazioni molto differenti: da un lato può positivamente essere legata alla volontà, dopo la pandemia, di scommettere su un posto di lavoro più soddisfacente o più ’agile’, dall’altro però, soprattutto per chi non ha già un altro lavoro verso il quale transitare, potrebbe essere legato a una crescita del malessere dovuta anche ad uno scarso coinvolgimento e ad una scarsa valorizzazione professionale da parte delle imprese.

Per Ivana Veronese della Uil «molte le dimissioni volontarie, forse un segno di come le priorità si siano modificate anche nella testa delle lavoratrici e lavoratori: se da qualche parte c’è uno smart-working più flessibile, se la retribuzione dove lavoro è troppo bassa o gli orari troppo disagevoli, se ho voglia di provarci davvero, un lavoro, magari anche sicuro, lo si può lasciare.

Alla radio diverse trasmissioni hanno riportato testimonianze di persone che hanno fatto questo passo ed anche in giro, parlando con alcune persone, è venuto fuori l’argomento senza che io dicessi nulla.

“Ma la gente come fa a vivere? Che lavoro fanno? Lasciano il lavoro e poi?”

In effetti la domanda non è banale perché tutti questi articoli ci dicono che la gente si dimette perché insoddisfatta ma poi non ci raccontano come continua la loro storia.

Cosa è cambiato?

Abbiamo sentito parlare in questo ultimo anno di quite quitting, ovvero abbandono silenzioso, lavorare il necessario per non perdere il posto, senza fare straordinari, aderire a progetti e assumersi responsabilità che non rientrano strettamente nell’orario e nelle mansioni indicati sul contratto. 

Abbiamo parlato tantissimo del lavoro da casa, di quanto questo nuovo modo di lavorare, nuovo soprattutto per i dipendenti, abbia generato opinioni molto differenti, soprattutto perché le condizioni sono differenti.

Sicuramente la maggior parte delle persone si dimette per poi andare a fare un altro lavoro, per avere un migliore salario, migliori orari, opportunità di carriera, per la propria salute.

Indubbiamente questo è il sintomo che qualcosa sta cambiando e quel mondo che si pensava di conoscere non è più esattamente come lo conoscevamo.

I cambiamenti spaventano ma sono necessari alla sopravvivenza.

L’apertura mentale sta anche in questo: capire che le esigenze cambiano e il nostro modo di lavorare deve necessariamente evolversi in tal senso.

Nella mia vita ho dato due volte le dimissioni per un altro lavoro.

La prima è stata una scommessa e una necessità di vedersi riconosciuta.

La seconda più un riconoscimento che ero finalmente cresciuta.

Le dimissioni possono nascere per tanti motivi anche non belli e quest’anno ho assistito anche a questo, però sono sempre una scommessa, un nuovo inizio e leggere titoli come questi, per quanto da una parte mi inquieti, dall’altro mi dà grande speranza.

Dimettere vuol dire anche lasciare andare e spesso quando lasciamo andare via quelle sicurezze, si apre di fronte a noi una miriade di possibilità, strade, percorsi, forze, energie che non sapevamo nemmeno di avere.

Ora, il mio non vuole essere un invito a dimettersi con leggerezza ma un’esortazione a lasciare andare tutte quelle sovrastrutture che ci portiamo dietro ed invece che chiederci “ma la gente che si dimette, che fa poi nella vita?” domandarci piuttosto “Se io mi dimettessi che potrei fare nella vita?

Magari qualcosa di bello può venire fuori.

Lasciare andare e immaginare.

Cosa ti fa pensare?

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Laureata in filosofia, giornalista pubblicista, podcaster, formatrice, amo i gatti, i libri e viaggiare.
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