Iniziamo a parlare di vendita etica

A dicembre sono 18 anni che, ricoprendo figure professionali differenti, sono nella vendita.

Di persone, colleghi, capi, responsabili, clienti ne ho conosciuti a migliaia.

Di corsi, aggiornamenti, letture, specializzazioni, letture ne ho fatte, sia per imparare sia in seguito per insegnare e formare.

Ho osservato davvero tanto a volte in silenzio, a volte intervenendo, a volte dovendo fare cose che non condividevo, a volte prendendo iniziative che hanno avuto successo, altre volte no.

Questa lunga premessa per dire che dopo 18 anni mi sento sufficientemente matura per poter parlare di questo mondo che ha tantissimi aspetti: alcuni problematici perché legati a questioni etiche fondamentali, altri potenzialmente divertenti, altri ancora da dover riscrivere.

E proprio in quella riscrittura mi piacerebbe cominciare a dire qualcosa.

Ci penso da qualche anno ormai ma poi non ho mai il coraggio di farlo perché fondamentalmente sono pensieri molto anti capitalisti e in questo settore muovere delle critiche al consumismo e al capitalismo forse non è molto furbo.

Credo però che i tempi siano maturi, sia perché ormai il capitalismo stesso ha dato prova di essere un sistema profondamente ingiusto e sbagliato ma anche perché le persone sono ormai stanche di subire le solite tecniche di vendita, sono stanche di sentire gli stessi approcci, di essere fermate a degli stand con le solite promozioni. 

Oggi abbiamo bisogno di cambiamenti.

Abbiamo bisogno di poterci fidare.

Abbiamo bisogno di competenze.

Abbiamo bisogno di poter parlare delle nostre necessità e abbiamo bisogno di qualcuno che sappia realmente ascoltarle.

Abbiamo bisogno di servizi, di consigli competenti, abbiamo bisogno di onestà.

La vendita nello store fisico è in crisi perché oggi la possibilità di acquistare online è spesso molto più gratificante della spesa nel negozio dove la maggior parte delle volte, troviamo venditori scontenti, costantemente rimproverati, “motivati” nel peggiore dei casi con promesse di rinnovi per un lavoro sottopagato o con ridicoli premi che sembrano essere stati presi con i punti al supermercato.

Qualcuno più fortunato ha gratifiche in denaro ma a fronte di sforzi che molto spesso non ripagano davvero dell’impegno messo.

Soprattutto vengono dati obiettivi impersonali, non vengono forniti gli strumenti per raggiungerli e  l’unico scopo che viene dato è sempre e solo il profitto.

Non sto dicendo che il fatturato non sia importante, sto dicendo che non può essere l’unico parametro per gratificare queste persone che rappresentano l’immagine dell’azienda, sto dicendo che bisognerebbe cominciare a porre ANCHE obiettivi umani, obiettivi che facciano sentire le persone riconosciute, dal cliente al venditore.

Preoccuparsi di creare un ambiente di lavoro e di vendita sano, in cui le persone possano esprimere il proprio potenziale, possano valorizzare le loro specificità e non messe a caso a fare tutte la stessa cosa come se facessero parte di una catena di montaggio.

Quella catena di montaggio esiste e funziona benissimo, si chiama e-commerce.

Faccio da me, grazie.

Mensilmente scriverò una serie di articoli dedicati a questo tema, sperando possa essere un modo per ripensare in modo etico alla vendita, per creare nuovi modelli responsabili e rispettosi e che possano essere, chissà, di ispirazione per qualcuno.

Un obiettivo ambizioso ma che spero davvero possa innescare il cambiamento di cui abbiamo davvero bisogno.

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Laureata in filosofia, giornalista pubblicista, podcaster, formatrice, amo i gatti, i libri e viaggiare.
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