
Devo essere onesta.
Ho iniziato Fiori per Algernon con un certo scetticismo, quello che mi porto dietro ogni volta che mi approccio ad una storia definita di fantascienza.
Nonostante abbia raggiunto la consapevolezza che sulla fantascienza siano state dette molte inesattezze che mi hanno condizionato per anni a vedere nel “genere” (che poi genere non è) qualcosa di distaccato dalla realtà, istintivamente ho sempre paura di non riuscire a farmi coinvolgere da un mondo troppo lontano da quello che conosco.
Se c’è un libro che mi ha fatto capire quanto fosse limitante questo modo di guardare alla fantascienza, è proprio Fiori per Algernon e questo perché è un romanzo che usa un presupposto fantascientifico per parlare di qualcosa di profondamente umano e, soprattutto, per interrogarsi su cosa significhi davvero essere intelligenti.
Prima di entrare nella storia, vale la pena spendere due parole su Daniel Keyes, perché spiegano molto di quello che si leggerà nel romanzo.
Daniel Keyes non è stato solo un autore di fantascienza, era laureato in psicologia e letteratura e per anni ha insegnato a ragazzi con difficoltà di apprendimento.
È da lì, da quella esperienza diretta e quotidiana che nascerà il suo romanzo d’esordio.
Una delle scelte più efficaci di Keyes nello scrivere questo romanzo è quella di scegliere la forma del diario sui resoconti dei progressi che Charlie ha prima e dopo l’operazione che lo renderà molto più che intelligente.
All’inizio del diario ci sono molti errori di battitura, una sintassi sgrammaticata e un linguaggio sconnesso. Questa scelta servirà a tenere traccia degli sviluppi del protagonista non soltanto da un punto di vista clinico ma anche come metodo di autoanalisi per parlare di ogni tipo di emozione.
Vediamo brevemente la storia.
Charlie Gordon ha trentadue anni e un quoziente intellettivo basso. Lavora in una panetteria e frequenta corsi serali per imparare a leggere e scrivere e sogna di diventare intelligente come tutti gli altri. Quando gli viene proposto di sottoporsi ad un intervento sperimentale, lo stesso già testato su un topolino da laboratorio di nome Algernon, accetta senza esitazioni. Nelle settimane successive la sua intelligenza cresce velocemente, superando presto quella dei medici e degli scienziati che lo hanno operato. Ma più intelligenza vuol dire anche cominciare a vedere con una lucidità impietosa il modo in cui è stato trattato per tutta la vita.
Senza fare troppi spoiler, questo romanzo affronta tantissimi temi ancora molto attuali, pur essendo uscito nel 1959. La sua forza, però, non sta soltanto nell’esperimento scientifico, ma in tutto ciò che Keyes costruisce attorno a una domanda apparentemente semplice: cosa cambierebbe davvero se diventassimo improvvisamente più intelligenti?
Algernon e Charlie condividono lo stesso destino di non aver scelto di essere sottoposto all’esperimento del Professor Nemur e nessuno dei due ha la possibilità di rifiutarsi. Il topo perché è solo un topo, Charlie perché è un soggetto fragile, incapace di difendersi davvero. Non importa che entrambi, per un periodo, ne traggano beneficio, sono di fatto privati della libertà di scegliere e destinati a pagarne le conseguenze nel tempo, finiscono per essere delle cavie, materiale utile alla scienza e sacrificabile perché considerato tale fin dall’inizio.
Ma Fiori per Algernon non parla soltanto dei limiti della scienza. Attraverso la trasformazione di Charlie si affronta anche il tema dell’abilismo, mostrando quanto spesso la disabilità venga guardata con pietà, scherno o pregiudizio. Charlie viene trattato come inferiore quando è considerato “stupido” e continua a soffrire anche quando diventa un genio, dimostrando che il dolore non dipende dall’intelligenza, ma dallo sguardo degli altri.
A questo si aggiunge il racconto di una famiglia incapace di accettarlo, segnata dalla paura, dalla vergogna e dal peso emotivo dell’assistenza, elementi che contribuiscono ad allontanarlo proprio da chi avrebbe dovuto proteggerlo. È anche per questo che il suo viaggio diventa una ricerca della propria identità e delle risposte a un passato che continua a perseguitarlo.
Ed è proprio qui che il romanzo, secondo me, compie il passo più importante.
La domanda che mi è rimasta addosso è un’altra: cosa ci rende davvero intelligenti?
Charlie acquisisce conoscenze, memoria e capacità di ragionamento, ma questo non cancella le ferite che si porta dentro. L’intelligenza gli permette di comprendere il mondo con una lucidità nuova, ma non cambia ciò che è stato. Le ferite restano le stesse, semplicemente acquistano un nome.
Alla fine Charlie diventa un genio, ma continua a desiderare esattamente le stesse cose che desiderava prima: essere amato, essere rispettato, sentirsi visto. Cambia il modo in cui interpreta il mondo, non ciò di cui ha bisogno.
È come se Keyes ci ricordasse che diventiamo ciò che siamo non solo per quello che impariamo, ma soprattutto per ciò che viviamo. Le esperienze, gli affetti, le assenze e le ferite lasciano tracce che nessun esperimento può cancellare.
Alla fine ho capito che Fiori per Algernon non è un romanzo sull’intelligenza. È un romanzo su ciò che l’intelligenza non può fare. Non può riscrivere un’infanzia, cancellare il dolore, sostituire l’affetto o guarire la solitudine.
Forse proprio per questo che continua a restare dentro anche dopo aver terminato l’ultima pagina che ti spezza davvero il cuore.
Autore: Daniel Keyes
Titolo: Fiori per Algernon
Edizioni: Casa editrice Nord