
Non sono orgogliosa di ammettere che le storie mitologiche non mi appassionano. Quando ho iniziato a studiarle alle medie e poi al liceo non avevo la stessa opinione, però poi con il tempo hanno iniziato ad annoiarmi, tanto che di fatto non riesco ad appassionarmi facilmente a tutto ciò che viene raccontato attraverso divinità, eroi e mostri.
Mi sono avvicinata a Circe, la celebre maga che incanta Odisseo, perché avevo sentito parlare molto bene del libro di Madeline Miller e a come la sua riscrittura l’avesse trasformata in qualcosa di più che la maga temuta per la sua abilità di trasformare gli uomini in maiali.
Attorno a lei, invece, esiste un prima e un dopo che Omero non racconta.
Circe è figlia di Helios, il dio del sole e della ninfa Perseide, ma non somiglia per niente al mondo divino da cui proviene: è diversa, inquieta, “storta” rispetto all’ordine degli dei. Ha un carattere indipendente, quasi ribelle e soprattutto una sensibilità che la rende più vicina ai mortali che agli immortali. Viene fatta vivere ai margini, sull’isola di Eea, come se fosse sospesa tra due mondi senza appartenere davvero a nessuno.
È proprio in questo vuoto narrativo che Madeline Miller decide di riempire nel suo romanzo una storia che ha conquistato tantissime persone. Come racconta lei stessa, Circe è una figura potentissima nell’Odissea, una dea-strega “bellissima e terrificante”, capace di addomesticare bestie feroci e trasformare uomini in animali. Eppure, appena appare nella storia, Odisseo è già pronto a ripartire. Di lei non sappiamo nulla: nessun passato, nessun tormento, nessuna evoluzione.
Da qui nasce la sfida dell’autrice: immaginare ciò che Omero non dice. Miller si concentra su un dettaglio quasi casuale ma decisivo, quando Circe viene descritta come una dea “che parla come un mortale”. Da lì costruisce tutto il romanzo: una creatura sospesa tra due nature, incapace di sentirsi davvero parte del mondo divino ma anche troppo potente per quello umano.
Nel libro, Circe non è più solo la maga del mito, ma una figura che attraversa incontri e trasformazioni: Dedalo, il Minotauro, Scilla, Medea, Odisseo e persino Penelope. Ogni incontro non è solo un episodio narrativo, ma una tappa della sua crescita, del suo tentativo continuo di capire chi è e che posto ha nel mondo. Queste parti personalmente non sono state sempre così leggere o entusiasmanti. Per quanto Madeline Miller cerchi di usare un tono più moderno, c’è sempre quella scrittura epica che alla lunga mi affatica. Per molte parti del romanzo ho aspettato un momento che mi trascinasse in qualcosa di più travolgente, che non è quasi mai arrivato se non alla fine, che invece mi ha esaltato moltissimo.
Tutto quello che è stato costruito con lentezza durante il romanzo si è concluso magnificamente nel finale ed il concetto più forte probabilmente è l’identità. Circe è immortale, ma non per questo si sente “completa”, è potente, ma spesso è sola, così è costretta a scegliere, alla fine, se restare tra gli dèi o avvicinarsi definitivamente ai mortali, cioè a quegli esseri fragili che però ha imparato ad amare.
In questa prospettiva, la sua storia non riguarda più solo la mitologia greca, ma il bisogno umano di definire sé stessi al di fuori delle origini, dei ruoli imposti, delle aspettative degli altri. Circe ci insegna che esistiamo anche prima che accada qualcosa di importante a raccontarci. In questo senso si dice che Circe sia una figura femminista. Circe è però anche molto di più. È una che ama, ma che alla fine impara anche a lasciar andare. Circe sbaglia, inciampa, si perde e poi si ritrova, senza mai diventare una versione “addomesticata” di sé stessa.
La sua forza non sta nell’invincibilità ma nella capacità di attraversare la fragilità senza esserne cancellata.
Miller le restituisce la voce e ci consegna un modello di libertà che non è rigido né ideale, ma umano, imperfetto, attraversato da dubbi e cambiamenti. Per questo Circe diventa qualcosa di più di una figura mitologica, diventa un simbolo per chi cerca identità senza voler rinunciare alla complessità.
Circe è una figura che è stata continuamente interpretata male, dagli dei e dagli uomini. Questa male interpretazione mi ha fatto molto pensare alla donna, al femminismo e a quanto sia complicato far capire la vera voce che accoglie tutti. Proprio in quello spazio di incomprensione alla fine, si creerà il contatto tra mondi diversi. È lì che avverrà l’incontro, ma anche lo scontro.
Grazie a questo romanzo si impara a comprendere la solitudine, la trasformazione e il desiderio del sentirsi guardati, ma anche i fraintendimenti e di come si possa davvero riscoprire l’altro.
Se questo libro ha convinto anche me è perché il suo viaggio non riguarda solo l’antichità, ma qualcosa di ancora molto presente: il bisogno di appartenersi davvero, senza smettere di cambiare forma lungo la strada.
Titolo: Circe
Autrice: Madeline Miller
Edizioni: Marsilio