La scopa nova

Ogni mattina Gianna, prima ancora di prendere il caffè, si accendeva una sigaretta davanti la finestra che dava sul balcone e fissava il panorama del parco abbandonato davanti casa.
“Mai che dessero ‘na potata a sti cazzo de alberi” -pensava- “prima o poi qualche disgraziato ce more sotto. È uno schifo, una vergogna, tutta sta monnezza e mai nessuno che viè a pulì”.
Tutti dormivano ancora a casa: il figlio Marco, 28 anni, stazionava da anni all’università, si era iscritto ad ingegneria, non aveva mai lavorato e non era dato sapere quanti esami avesse realmente sostenuto.
“Ah mà, e statte ‘m po’ tranquilla, ingegneria è tosta eh! Invece de esse contenta de ave’ un figlio ingegnere, te stai sempre a lamentà”. Il marito Aldo era sempre stato un uomo silenzioso e pacifico, aveva lavorato alle poste per tanti anni e appena andato in pensione gli era stato diagnosticato l’Alzheimer.

La malattia di Aldo aveva costretto la moglie a occuparsi di lui, oberandola di attività che rendevano difficile mantenere gli elevati standard di pulizia che pretendeva in casa.
Gianna ogni giorno spolverava tutta casa, aspirava, lavava per terra, faceva lavatrici, stirava, puliva i vetri a giorni alterni e cambiava le lenzuola e asciugamani ogni tre.

Tenere la casa in ordine per lei era una forma di controllo, le piaceva sapere che, con un determinato gesto, avrebbe ottenuto esattamente quel risultato e ormai anche il marito e il figlio sapevano esattamente come comportarsi.

A loro era richiesto il minimo indispensabile, inutile chiedere loro aiuto; avrebbero fatto male qualsiasi cosa gli fosse stato delegato. Quando qualcuno provava a dare una mano a Gianna, la risposta era sempre la stessa: “Levate che me impicci”.

Una mattina, dopo aver bevuto il suo caffè, sentì un rumore provenire dal salotto, facendo immediatamente comparire sul suo volto un’espressione di sospetto rabbioso.

Furono sufficienti pochi passi per farle rendere conto che era accaduto quello che non doveva accadere: dal soffitto scendevano, con una frequenza decisamente preoccupante, delle gocce d’acqua che avevano creato una larga pozza sul parquet.

Se c’era una cosa che la faceva davvero scattare erano gli imprevisti e se poteva accusare e prendersela rabbiosamente con qualcuno, non perdeva occasione di sbraitare, senza nemmeno prendersi il tempo di ragionare un secondo.

Pur essendo le sette e trenta della mattina Gianna non riuscì a trattenere le imprecazioni più inaudite che conosceva, svegliando figlio e marito che accorsero spaventati.

La trovarono già con le chiavi di casa in mano, pronta a salire dai condomini del piano di sopra per capire cosa stesse succedendo, ma soprattutto per poter strillare.

Per Gianna urlare non era solo un modo per farsi sentire, ma anche per farsi valere, per avere ragione. Se il tono della voce e l’aggressività restavano alti e costanti, molto probabilmente avrebbe ottenuto quello che voleva, ed in effetti spesso questa sua tecnica aveva funzionato.

“Un disastro, un disastro! Guardate là!” e senza aggiungere altro, uscì di casa sbattendo la porta.

A passo deciso salì di un piano a piedi e suonò il campanello della famiglia Carletti.

Giulio, padre di tre figli, aprì la porta dopo qualche minuto, ancora in pigiama, con la sua solita espressione di infelicità e frustrazione. Aveva una di quelle facce incapaci di sorridere che, se ci provano, si fatica a capire se sia un sorriso o un ghigno di dolore.

“Buongiorno, anche se non è proprio pe’ niente un buongiorno”, esordì Gianna.

“Che è successo?” chiese con la sua voce lenta e nasale il signor Giulio.

“Me sta a piove a casa, ecco che è successo, m’avete rovinato tutto il parquet! Dovete chiude l’acqua, SUBITO!”

Giulio, anche lui abituato a strillare, principalmente ai figli, si girò frastornato verso casa, gridando agitato al resto della famiglia di cercare la perdita d’acqua ma non trovarono nulla di sospetto.

“Bisogna chiamare l’idraulico” sentenziò Gianna dopo aver capito che nulla di utile poteva venire da quell’uomo, “ma intanto chiuda l’acqua” e Giulio non potè fare altro che ubbidire, dopo aver ansiosamente riempito di acqua le taniche e bacinelle presenti in casa.

Rientrando nel suo appartamento Gianna trovò figlio e marito alle prese con la perdita dal soffitto: Marco aveva messo alcuni stracci a terra, cercando con non poca difficoltà di strizzarli dentro un secchio; Aldo, invece, si era accorto che alcune gocce erano andate a finire dentro il vaso del ficus regalato da una giovane coppia di condomini con la quale Gianna si scambiava cortesie e lei gli portava dei dolci. Loro per contraccambiare ogni tanto le regalavano piante o creme per le mani perché, come la maggior parte dei millenial, erano incapaci di fare qualsiasi cosa. Soprattutto lei, che sembrava aver di tutto per la testa ma assolutamente nulla che riguardasse le cose di casa. Spesso la si vedeva con un trolley partire per lavoro, lasciando il compagno da solo a casa. Una volta Gianna, suonandogli alla porta per portargli una torta che aveva appena sfornato, lo aveva trovato solo a cenare con dei piselli sul divano. Alla compagna non era certo venuto in mente di lasciargli almeno qualcosa di cucinato, pensava Gianna.

L’acqua che cadeva nel vaso aveva fatto rovesciare della terra sul parquet e Aldo cercava di rendersi utile spazzando quella poltiglia con una scopa che non faceva altro che allargare la macchia marrone che si era creata.

“Aldu’, ma che stai a fa? Ma voi prima leva’ sto vaso, così intanto evitiamo che continui a cade’ la terra oltre che l’acqua? Volemo asciuga’ prima?”

Gianna cercava di avere pazienza, data la condizione del marito, anche se delle volte era difficile mantenere la calma.

Nervosamente, levò dalle mani del figlio gli stracci che stava usando, “Va dillà va’, che te sei capace de fa’ un lago pure mentre asciughi”.

Stizzito ma contento di non dover più fare niente, Marco ubbidì senza replicare e Gianna in pochi minuti, aveva messo in sicurezza il parquet.

Aldo aveva assistito fermo a tutta la scena, con la scopa ancora in mano, aspettando indicazioni. Uno strillo della moglie lo fece sobbalzare all’indietro e rovesciare completamente la pianta, spargendo tutta la terra vicino alle bacinelle messe ad intercettare le gocce che cadevano dal soffitto.

“Non è possibile! Non è possibile! Pure quando non fai niente riesci a fare danni! Eccheccazzo Aldu’, ma che devo fa io co’ te, eh? Passame la scopa, va’, che adesso finalmente a qualcosa serve, vai a prende il raccoji monnezza”.

Gianna cominciò a spazzare, imprecando sottovoce e, giusto il tempo di far tornare Aldo con la paletta, cambiò colore in viso. Paonazza era dir poco.

“LA SCOPA NOVA! LA SCOPA NOVA! NON è POSSIBILE QUESTO HA USATO LA SCOPA NOVA!”

Aldo immobile e con lo sguardo perso di chi non sapeva minimamente cosa stesse accadendo, la fissava spaventato. Gianna lasciò cadere la scopa a terra, “DE TANTE SCOPE CHE C’ABBIAMO PROPRIO QUELLA NOVA è ANDATO A PRENDE, NON È POSSIBILE!”

Lui ancora non riusciva a capire cosa fosse successo mentre lei, in preda all’ira, sapeva che in quel momento sarebbe stata capace di qualsiasi cosa. La parte di Gianna ancora lucida riuscì a metterlo in salvo da qualsiasi gesto inconsulto potesse venirle in mente.

“VATTE A CHIUDE IN BAGNO, VATTE A CHIUDE IN BAGNO!”

Aldo, senza capire perché dovesse andare a chiudersi in bagno, sapeva di doverlo fare. Forse un briciolo di spirito di sopravvivenza rimasto in lui lo fece muovere senza pensare e a passo lento si andò a chiudere in bagno; unico luogo dove in quel momento poteva essere al sicuro.

Erano solo le otto e un quarto, Gianna aveva la pressione alta ed il battito accelerato.

Per un attimo immaginò di avere anche lei un trolley e poter andare via, almeno per qualche giorno, lasciare tutto in sospeso e guardare altrove, ma doveva aspettare l’idraulico.

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Laureata in filosofia, giornalista pubblicista, podcaster, formatrice, amo i gatti, i libri e viaggiare.
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