La tua solitudine è il nostro business

Una lunga premessa che non c’entra molto con il libro ma che ormai avevo formulato e che lascio così come spunto di riflessione

È da tanto che vorrei scrivere sull’intelligenza artificiale, ma ancora non l’ho fatto perché aspettavo di avere un’idea più precisa e strutturata.

Più vado avanti e più mi accorgo che le tecnologie legate all’AI (Artificial Intelligence) fanno passi avanti talmente velocemente, così come le analisi e le opinioni di chi le studia o semplicemente le utilizza, che mi sento sempre non abbastanza preparata per dire qualcosa di sensato o utile.

Eppure l’argomento mi affascina da moltissimi punti di vista.

Sia quello puramente filosofico: che cosa significa essere intelligenti?

Può esistere un pensiero senza esperienza?

Cosa succede quando non siamo più in grado di riconoscere una fonte umana da una artificiale?

Ma anche domande dal sapore fantascientifico, come quella di immaginare che un domani queste macchine possano avere coscienza di sé, possano soffrire, provare sentimenti.

Uno dei miei film preferiti, non a caso, è Her di Spike Jonze, uscito ormai più di dieci anni fa, che racconta la storia d’amore tra un software dal nome Samantha e un uomo, raccontata con una tale tenerezza che è impossibile non comprendere perché quella relazione potesse considerarsi valida, anche se allo stesso tempo le criticità sono evidenti.

Questa premessa serve a dire che io non riesco ad avere un’opinione precisa sull’intelligenza artificiale e su chi la usa, bene o male, perché siamo in una fase di sperimentazione e sviluppo del mezzo che ancora non può dare una risposta definitiva.

Mi infastidisce molto chi la critica pesantemente, chi ne vede solo gli aspetti negativi, chi si sente al di sopra di questo mezzo, chi teme che non sarà più possibile riconoscere se una persona è davvero capace o ha utilizzato l’AI per svolgere un qualche tipo di compito.

C’è chi è davvero ossessionato dal voler riconoscere se un testo è stato scritto con l’AI o senza. Adesso ci sono strumenti AI che ti dicono se un testo è stato scritto con l’intelligenza artificiale e in che percentuale e la cosa mi fa molto ridere, perché la disprezziamo ma la utilizziamo per smascherare chi l’ha usata.

Magari tu sei più bravo a scrivere e non hai bisogno di un supporto.

Magari io non so scrivere bene come te e mi faccio aiutare.

Magari io, che fino a ieri mandavo dei messaggi imbarazzanti e venivo deriso per questo, adesso riesco a scrivere in modo più chiaro, ma a te non va bene lo stesso perché non è un mio merito. Non ho faticato per conquistare quella scioltezza linguistica, non ho letto tutti i libri che hai letto tu, non ho studiato quanto hai studiato tu e non lo farò più perché tanto c’è l’AI che lo farà al posto mio.

Io capisco le tante paure legate all’argomento, ma sinceramente, se quella zappa che prima mi mandava quei messaggi incomprensibili adesso invece riesce a formulare delle frasi sensate, io sono contenta.

Tanto la vita reale, per fortuna, continuerà a esistere, spero.

Ci incontreremo, parleremo, ci guarderemo e credo che sapremo ben distinguere chi abbiamo davanti rispetto alla versione virtuale di noi.

Non è infatti già così sui social?

Usiamo i filtri e siamo più belli, ma questo non ci rende davvero più belli.

L’intelligenza artificiale non ci rende più intelligenti e, secondo me, nemmeno più stupidi.

Chi è già poco intelligente (utilizzando questo termine molto poco preciso per definire cosa significhi essere intelligenti) utilizzerà l’AI in modo sciocco, come già utilizzava Google e le ricerche su internet credendo a fonti totalmente inventate.

Chi è intelligente, magari a volte cascherà nell’errore di dare retta a quello che gli ha consigliato ChatGPT, ma la volta dopo imparerà che magari ChatGPT dice anche boiate.

Capirà come usarlo e come non credere sempre a tutto.

Sbaglierà e poi si correggerà.

Quello che ho scritto fino adesso è però estremamente riduttivo.

Una specie di recensione sul libro

Leggendo il libro di Serena Mazzini, esperta di social media strategy e critica dei new media, ho avuto modo di approfondire uno dei tanti aspetti inquietanti dell’intelligenza artificiale, che va assolutamente controllato: il modo in cui le Big Tech stanno trasformando la fragilità emotiva in una risorsa economica e perché, secondo lei, siamo già più dentro questo sistema di quanto immaginiamo.

In effetti, dopo aver letto questo libro, è difficile non comprendere quanto già quel futuro distopico sia arrivato: magari non in Italia, ma in altre parti del mondo assolutamente sì.

L’intelligenza artificiale è entrata nella sfera più intima delle persone.

Inizialmente, quando ChatGPT è arrivato nel 2022, veniva presentato soprattutto come uno strumento per fare domande, correggere codici e cercare informazioni. In breve tempo, però, gli utenti hanno cominciato a utilizzarlo anche per parlare di paure, bisogni e relazioni. Le aziende, invece di scoraggiare questo uso emotivo, hanno progressivamente scelto di assecondarlo: da Microsoft, con Copilot, a Google, che ha iniziato a parlare di “partner del pensiero”, fino ai companion introdotti da Meta. È così che l’AI ha smesso di essere raccontata soltanto come uno strumento e ha iniziato a entrare nel territorio dell’intimità, trasformandolo in un vero e proprio mercato.

Quello che ho apprezzato molto di questo libro è stato il modo in cui Serena Mazzini ha dato anche una chiave politica all’argomento, perché al centro della solitudine c’è un vuoto sociale che si è formato nel tempo attraverso “l’erosione del collettivo, lo svuotamento dei luoghi d’incontro, l’indebolimento delle reti di prossimità – un processo iniziato molto tempo fa e acuito dopo la pandemia – e il racconto di come le fragilità relazionali che ne derivano siano diventate opportunità di profitto per l’intelligenza artificiale”, scrive Ameya Canovi, psicologa PhD, nella prefazione del libro.

Continua:

Come siamo arrivati a depositare il nostro mondo emotivo nelle mani di un chatbot? A consegnare la nostra psiche a un algoritmo? (…) Su un piano psicologico è proprio l’horror vacui, la paura del vuoto, che ci porta ad aggrapparci all’altro. Chi soffre si percepisce frammentato e non riesce a funzionare senza un supporto esterno. La dipendenza è un caleidoscopio cangiante: spesso non si risolve, si sposta, migrando da una sostanza, come l’alcol, a un comportamento, come il gioco d’azzardo. Ogni dipendenza è un tentativo di guarire da un dolore. Per chi cerca un cerotto al proprio senso di vuoto, l’assuefazione dal conversare con l’amico virtuale o con il fidanzato creato ad hoc può scattare in un batter d’occhio.

Chi ha problemi di dipendenza affettiva lo sa molto bene, e ancor di più chi ha creato app che mimano le relazioni umane, che non vogliono risolvere il problema ma, al contrario, renderti ancora più dipendente, sfruttando il nostro innato bisogno di compagnia, di contatto, senza limiti e confini temporali.

Simulare rapporti umani dà una sensazione di sollievo momentaneo, ma non è la cura.

Come tutte le dipendenze, può darci un momento piacevole, ma non potrà mai sostituire la presenza umana.

Su questo è importante restare lucidi e consapevoli, non smettere mai di informarsi e pensare, ma soprattutto abbiamo l’enorme responsabilità di proteggere i più deboli.

L’intelligenza artificiale può avere applicazioni preziose, anche in ambito terapeutico e assistenziale. Il nodo, però, riguarda il modello economico che ne sostiene lo sviluppo e che, purtroppo, non tutela mai le persone.

Leggere questo libro inquieta, spaventa, ci porta in mondi virtuali che non sapevamo esistessero, ma aiuta a comprendere quello che sta succedendo, a proteggere di più noi stessi e soprattutto ad allargare lo sguardo e la riflessione su quanto tutte queste tecnologie entusiasmanti possano farci male in modo subdolo.

Ma è anche utile a farci comprendere quanto sia fondamentale riprendere contatto con il mondo reale, che per fortuna ancora esiste.


Autore: Serena Mazzini

Titolo: La tua solitudine è il nostro business

Edizioni: Rizzoli

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Laureata in filosofia, giornalista pubblicista, podcaster, formatrice, amo i gatti, i libri e viaggiare.
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