
In Arkansas. Storia di mia figlia, Chiara Tagliaferri ricostruisce il lungo percorso che ha portato lei e lo scrittore Nicola Lagioia fino a Lula, nata negli Stati Uniti nel febbraio 2024, pochi mesi prima che in Italia la gestazione per altri venisse dichiarata reato universale.
È un racconto fatto di procedure, attese, burocrazia, calcoli e riflessioni, ma soprattutto di una determinazione ostinata nel perseguire un desiderio. Quello che emerge è il ritratto di un percorso complesso, attraversato da dubbi e difficoltà, ma affrontato con una caparbietà quasi militante.
Al centro ci sono il desiderio di diventare genitori, il rapporto di coppia e l’incontro con le altre donne coinvolte nel percorso: la donatrice e la gestante, figure fondamentali in una storia che mette inevitabilmente in discussione il modo in cui pensiamo alla maternità e alla famiglia.
Dentro al libro, però, c’è molto altro: la diagnosi di una menopausa precoce, i tentativi di fecondazione eterologa, il periodo della pandemia, la paura che qualcosa possa andare storto, che il sogno possa interrompersi, che qualcuno possa mettere in discussione il legame con quella bambina tanto desiderata.
Ho letto molti commenti su questo libro, nella maggior parte dei casi molto positivi, sicuramente legati al fatto che alla mia bolla social questo libro deve piacere.
Io però ho trovato questo libro abbastanza sfidantee ci ho messo un po’ a capire se mi fosse piaciuto o no. Questo perché il libro racconta qualcosa di cui si parla molto ma che spesso si conosce poco. È facile entrare in empatia con la protagonista, con il suo dolore e con la sua ostinazione, ma è altrettanto impossibile ignorare il privilegio economico e sociale che attraversa tutta questa storia.
Una gestazione per altri negli Stati Uniti richiede risorse enormi, spesso centinaia di migliaia di euro. E allora il racconto, pur essendo senza dubbio una storia di coraggio e determinazione, assume anche una sfumatura dolceamara.
Come può questa vicenda possa essere letta come una battaglia collettiva?
Quanto invece è il racconto di una possibilità riservata a chi possiede gli strumenti economici per perseguirla?
È proprio qui che il libro mi ha messo in difficoltà. Ho percepito una distanza tra il percorso personale di una donna che ha scelto di utilizzare fino in fondo i propri privilegi e l’idea di una lotta politica più ampia. Non è la storia che forse mi sarei aspettata da una persona che per anni ha parlato di femminismo e di diritti, perché al centro non c’è tanto una rivendicazione collettiva quanto un desiderio individuale portato fino alle estreme conseguenze.
Ma questo fa di Chiara Tagliaferri una donna meno femminista? Assolutamente no.
Anzi, forse è proprio questa contraddizione a rendere il libro interessante. Ho dovuto fare i conti con il fastidio che in alcuni momenti ho provato leggendo una donna che racconta sé stessa con grande sicurezza, consapevole dei propri privilegi e della propria posizione, senza cercare di apparire più fragile, più giusta o più accettabile. Una donna che può risultare anche scomoda, persino un po’ antipatica, ma che non si nasconde.
E forse è proprio questa la parte più riuscita del libro.
Tagliaferri non prova a costruire un racconto perfetto. Non cancella le contraddizioni, non trasforma la propria storia in una favola morale e non chiede al lettore di approvare ogni sua scelta. Racconta un’esperienza privata con una sincerità che lascia spazio anche al dubbio.
Un’altra cosa che ho trovato interessante è stata la scelta di raccontare questa storia solo dopo anni. Probabilmente c’entrano la paura delle conseguenze, il desiderio di proteggere la propria famiglia e soprattutto sua figlia, ma il risultato è che questa distanza ha dato al racconto una consapevolezza diversa.
Forse oggi abbiamo perso un po’ l’abitudine di lasciare sedimentare le esperienze prima di raccontarle e spesso sentiamo il bisogno di dare subito un significato a quello che ci accade, di prendere posizione, di avere già una risposta. Ma alcune storie hanno bisogno di tempo per trovare la propria forma, perché è solo con la distanza che riusciamo davvero a capire cosa ci è successo e quale senso dare a quello che abbiamo vissuto.
“Capire il cuore altrui è un lavoro e un affanno, a volte è più semplice affidarsi a un principio: le norme morali guidano i comportamenti, ma ghigliottinano le opportunità che contengono le storie.”
Titolo: Arkansas. Storia di mia figlia.
Autrice: Chiara Tagliaferri
Edizioni: Mondadori