
Qualche giorno fa stavo rientrando a casa dopo una giornata di lavoro e un aperitivo con un’amica.
Sto cercando di bere meno alcol, quindi anche solo quello spritz mi aveva regalato una sonnolenza inaspettata anche se ero ancora abbastanza allegra dell’uscita infrasettimanale. Erano da poco le nove, un orario per me decisamente anomalo per rientrare a casa. Davanti all’ascensore incontro una ragazza che non avevo mai visto, suppongo una condomina. Ci salutiamo davanti l’ascensore e noto che mi guarda con l’aria di chi ha voglia di chiacchierare e con un tono divertito mi chiede:
«È qui che si è consumato il fattaccio?» guardando in alto verso le scale.
Io la fisso.
Il mio cervello scorre rapidamente tutte le possibili ipotesi.
Che sarà successo questa volta?
«Non saprei… quale fattaccio?» rispondo immaginando di ascoltare l’ennesima storia assurda di qualche condomino infastidito perché la gente è viva e fa rumore.
«Non sei nella chat del condominio? Non hai saputo cosa è successo tra il primo e il secondo piano?»
«Eh no, però mio marito ogni tanto mi aggiorna sui fatti più interessanti», dico ridendo, cercando di non fare le mie solite battute che divertono solo me.
La ragazza allora sorride con l’espressione di chi sta per spoilerare il finale di una serie tv, ma all’ultimo momento si trattiene:
«No, allora non voglio rovinarti la storia. Vai direttamente a leggere.»
A quel punto la mia curiosità arriva alle stelle. Appena entro in casa, senza neanche salutare chiedo subito:
«Cosa è successo tra il primo e il secondo piano?»
Roberto con la calma e la rassegnazione di chi non sa più come commentare questi messaggi, mi porge il telefono.
Prima ancora di leggere, metto a fuoco una foto orrenda, che mi è sufficiente a capire l’argomento.
Sul muro delle scale c’era una cascata di… diciamo materia organica non identificata.
Non una piccola macchia, una vera e propria cagata verticale che aveva macchiato il muro per circa settanta centimetri.
Impossibile fosse quella di un cane.
Qui serviva un umano determinato, motivato, molto più probabilmente in grave difficoltà.
Nel gruppo condominiale regnava il caos.
Sembrava iniziata la gestione di un’emergenza nazionale, si parlava della necessità di una “sanificazione straordinaria”, chi sosteneva fosse “atto vandalico”, richieste di convocare assemblee straordinarie. Nessuno, ma proprio nessuno, cedeva minimamente alla risata. Tutti serissimi, come se si trattasse di una crisi internazionale.
Qualcuno sosteneva che fosse giunta l’ora di mettere le telecamere. Così che quando succedono queste cose ci si possa riunire tutti in assemblea per trovare insieme il colpevole, bloccando il fotogramma incriminato e gridando: “Eccolo è quello del terzo piano che caga sul muro!”
Chi suggeriva potesse essere un dispetto, un altro ipotizzava addirittura un ladro.
Un ladro molto emotivo, penso io, sopraffatto dall’ansia del colpo.
Chi prontamente ha voluto avvisare l’amministratore.
Mi immagino la telefonata:
«Amministratore, mi scusi per l’orario ma devo avvisarla che qualcuno ha cagato sul muro tra il primo e il secondo piano.»
Io non ho problemi ad ammettere che per certe cose sono rimasta profondamente infantile e di fronte a questo evento non sono riuscita neanche un momento a prendere seriamente la cosa. Quello che mi preme da giorni è immaginare cosa sia realmente successo, ma tutto ciò che riesco a pensare è inevitabilmente comico.
Immaginavo questo tizio, qualcuno che si è sentito male all’improvviso, colto da un destino crudele mentre scendeva le scale. Una lotta silenziosa contro il tempo, contro la gravità e contro la dignità.
Qualcuno che pensava di essere arrivato a casa ma che poi ha trovato l’ascensore occupato (è sempre occupato questo dannato ascensore!) ha cominciato a salire le scale e poi panico, sudore freddo, chiavi che cadono, la porta troppo lontana da raggiungere e a quel punto una decisione disperata: qui e ora.
Poi la vergogna.
La fuga.
Il pensiero di non poter pulire.
Qualcuno lo avrebbe visto, avrebbe chiesto spiegazioni.
Andava lasciata lì.
Cosa avrei fatto io in quella situazione? Davvero mi sarei calata i pantaloni in mezzo alle scale, puntando il muro e avrei lasciato andare il male che si stava scatenando nelle mie interiora in quella maniera?
Non avrei preferito affrontare il destino con dignità, sacrificando un paio di pantaloni correndo il più veloce possibile in casa?
Non credo che avremo mai una risposta su cosa sia realmente successo.
Sento però che il colpevole è uno di noi del civico 94.
Li guarderò con occhi diversi i nostri condomini da oggi in poi.
Li guarderò con lo sguardo di chi sa che cosa hanno fatto facendo credere di aver visto.
Penso all’impresa di pulizie che ha dovuto pulire questo inaspettato rifiuto condominiale, lasciando un’ombra sul muro, che mi ricorderà il tremendo fastidio di non potere avere una risposta.
