La vita facile

La vita facile è stata l’ultima lettura per il mio book club, e credo che senza un confronto con le altre persone che ne fanno parte non sarei arrivate alle stesse conclusioni che vi raccoterò.

La vita facile, come ha detto giustamente una persona durante la discussione è più che altro un libro facile di quelli che sembrano leggeri in superficie, si leggono con facilità, forse lo sono anche, ma che lasciano aperte delle domande che possono portare a discussioni più profonde, ed in effetti è stato così.

Il romanzo d’esordio della giovane Aisling Rawle racconta dall’inizio alla fine una stagione di un reality show. Non il classico spettacolo televisivo rumoroso e pieno di colpi di scena, ma qualcosa di più essenziale e disturbante, come un esperimento sociale condotto in silenzio. Un gruppo di giovani viene rinchiuso in un compound nel deserto, senza contatti con l’esterno e senza un pubblico visibile. Niente televoto, niente dirette settimanali. Solo prove da superare, convivenza forzata e una serie di ricompense materiali che diventano via via sempre più preziose: cibo, strumenti, piccoli lussi capaci di cambiare la qualità della vita quotidiana.

La regola più inquietante è quella che obbliga a non restare soli durante la notte: chi non riesce a formare una coppia viene eliminato all’alba. Questa regola vizia tutti i rapporti all’interno della casa e porta le relazioni a diventare taciti accordi, alleanze temporanee, strategie per restare dentro. Tutto si riduce a un sistema essenziale, primitivo, dove il corpo e la presenza fisica contano più delle parole o dei sentimenti.

Seguiamo la storia attraverso gli occhi di Lily, una protagonista che non ha l’aria dell’eroina tradizionale. Non è particolarmente brillante, non ha un piano, non sembra nemmeno sapere bene perché si trovi lì. È entrata nel programma perché fuori non aveva molto, e pian piano si insinua in lei il dubbio più scomodo: che quel vuoto non dipenda dalle circostanze, ma da qualcosa di più profondo. Scopriamo che nella sua vita ha avuto una famiglia assente e probabilmente pochi stimoli, e questo aiuta a capire come sia diventata la persona che è. 

All’inizio ho fatto fatica a orientarmi. I personaggi sono tanti e per un po’ sembrano tutti intercambiabili. Anche le prove non hanno nulla di spettacolare. Poi il romanzo prende ritmo e diventa stranamente ipnotico, come quei programmi che continui a guardare pur sapendo che ti stanno mettendo a disagio. Non succede qualcosa di clamoroso, ma la tensione cresce lentamente, e ti accorgi che stai osservando un meccanismo sociale che si chiude su se stesso come una trappola.

La sensazione più forte che mi ha lasciato è stata una specie di disagio silenzioso. Non tanto per le azioni dei concorrenti, quanto per il modo in cui gli oggetti assumono un valore quasi assoluto. Un pezzo di carne, un accessorio, un piccolo privilegio diventano il centro di tutto, come se la felicità potesse essere ridotta a una lista di cose da possedere.

Ed è proprio su questo punto che la discussione nel book club si è accesa davvero. L’apparente leggerezza di Lily è stata letta da alcune persone come il prodotto perfetto del capitalismo: un sistema che ci spinge a puntare tutto sul possesso e sull’accumulo, e che ci insegna che la bellezza può diventare un valore spendibile, quasi una scorciatoia per ottenere qualcosa senza fare grandi sforzi.

Un’altra parte del gruppo, invece, sosteneva che Lily avrebbe dovuto comunque rimboccarsi le maniche e lavorare per ottenere quello che voleva. Da lì è nata una conversazione sorprendentemente intensa su quanto la nostra società ci abbia convinti che il lavoro serva a farci meritare ciò che abbiamo, quando in realtà spesso è un sistema che ci cresce facendoci credere che senza ricchezza non saremmo niente. Un sistema ingiusto, che arricchisce sempre le stesse persone, sfrutta i più deboli e non offre davvero le stesse possibilità a tutti. 

Se si diventa un prodotto di questo meccanismo, come sembra accadere a Lily, si viene facilmente colpevolizzati per non fare abbastanza. Ma forse, più che con lei, dovremmo prendercela con le regole del gioco. Eppure questo tema non sembrava mettere d’accordo tutti, anche perché è chiaro che il discorso sul merito, sul lavoro, sui privilegi che non vogliamo vedere mettono in estrema difficoltà sempre tutti.

Questo libro, secondo me, aveva un grande potenziale. L’idea è forte, l’ambientazione è efficace e i temi sono contemporanei, per questo ci hanno così acceso. Aveva quelle vibes da Black Mirror con le sue distopie e un potenziale horror che ha solo sfiorato. Eppure mi ha lasciato un senso di incompletezza difficile da ignorare. Non so dire se sia una scelta voluta oppure no. La sensazione è quella di una storia che si ferma un passo prima di affondare davvero il colpo.

Paradossalmente, la parte più soddisfacente non è stata la lettura in sé, ma tutto quello che è venuto dopo. La conversazione che si è generata nel book club è stata ricca, vivace, piena di spunti e di punti di vista diversi. È come se il libro avesse acceso una scintilla e lasciato a noi la possibilità di riempire quei vuoti.

Voluto? Non voluto? Chissà. Ancora non ho trovato nessuna intervista che risponda a questo interrogativo.

Resto comunque molto curiosa di leggere una prossima uscita di questa scrittrice. Sarà interessante capire se davvero le capacità di scrivere libri interessanti li ha, o se è stato solo un colpo di fortuna e pian piano, come tanti altri libri, anche questo verrà dimenticato.

Un articolo che ho trovato interessante sul libro: https://ilmanifesto.it/aisling-rawle-nella-distopia-reale-dellapparenza


Titolo: La vita facile

Autrice: Aisling Rawle

Edizioni: E/O

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Laureata in filosofia, giornalista pubblicista, podcaster, formatrice, amo i gatti, i libri e viaggiare.
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