Caro Dawson, amico mio.

Ho questo brutto vizio di non mollare l’IPhone anche durante l’ora di lezione in palestra e proprio tra una serie e l’altra di esercizi mi è arrivato un messaggio da Sara, amica dai tempi delle scuole medie, con scritto: “È morto Dawson”, con tanto di foto che segnava il suo anno di nascita 1977 e il suo anno di morte 2026.

Ho continuato ad allenarmi, ma gli occhi si sono riempiti di lacrime ugualmente, il dolore mi ha travolto in un modo che non avrei mai immaginto.

Visto che quello non era il luogo adatto per piangere mi continuavo a ripetere “Non è morto davvero Dawson, è morto James Van Der Beek”, pensando stupidamente che questo potesse aiutarmi a contenere il mio dolore.

Perchè per quanto si possa rimanere male della morte di persone famose che abbiamo amato, c’è sempre quel distacco che ti fa razionalizzare e pensare che in fondo nella tua vita non cambierà niente. Il dolore si ridimensiona, si pensa umanamente al dispiacere che si prova e alla perdita di chi gli stava davvero accanto.

Questa volta però non è passata così velocemente.

Finita la lezione sono salita in macchina, ho letto qualche post su Instagram e poi ho fatto partire I Don’t Want to Wait, l’iconica sigla della serie tv “Dawson’s creek” e finalmente ho potuto piangere come sentivo di aver bisogno.

Ecco un’altro messaggio: “È morto Dawson”, sempre da chi c’era in quegli anni lì.

Perchè per noi Dawson è stato un amico, un simbolo della nostra adolescenza, con i suoi sogni, con la sua passione per Stephen Spielberg, con i suoi discorsi profondi, con la sua lealtà, con il suo entusiamo, con la sua sensibilità, finalmente rappresentata in un ragazzo, il classico bravo ragazzo, per cui ho sempre fatto il tifo.

Dawson era lì, ingenuo e a volte un po’ goffo ma esageratamente saggio per la sua giovane età, ma a noi non importava, restavamo incantate da lui e da tutti i personaggi della serie, che ci ha fatto sperare che davvero si potesse parlare di tutte le nostre paure, dei nostri sogni, delle nostre emozioni, anche durante un periodo della vita che veniva spesso rappresentato come superficiale e immaturo.

Siamo cresciut° insieme a loro, letteralmente: gli ultimi anni del liceo, l’università, i primi amori, le rotture, le gelosie, la morte, la sofferenza, c’era tutto in quella serie e non esagero se dico che per i Millenial è stata una vera e propria educazione sentimentale.

Un’educazione sentimentale con tantissime problematiche, ho provato a rivedere la serie e a parte il dolore al cuore insopportabile per la nostalgia, ci ho trovato anche tanti ganci con dinamiche relazionali sbagliate che nella vita abbiamo portato avanti.

Ma oggi non importa.

Oggi quello che resta è solo il ricordo di un’adolescenza e una giovinezza che è andata via, portandoci via decisamente troppo presto, un uomo che è stato anche molto altro.

Fa male, fa tanto male perché queste tragedie ci ricordano che il tempo passa veloce, che epoche ormai molto lontane vivono ancora dentro di noi, per questo fa così male ascoltare e capire ora:

I don’t want to wait for our lives to be over
I want to know right now what will it be

Ora lo sappiamo cosa c’è stato, ma non sappiamo allo stesso tempo cosa ci sarà, solo la certezza che tutto si ripete ciclicamente: amore, gioia, dolore, morte.

La tristezza per la morte di James Van Der Beek non solo è perfettamente comprensibile ma è anche scientificamente spiegabile , titola un articolo di Rivista studio, “quando Van Der Beek muore, ciò che il pubblico piange non è soltanto un uomo di quarantotto anni con sei figli. È la fine di un collegamento materiale con un periodo della propria vita”.

Quindi Dawson sì, non voglio vergognarmi di piangere così disperatamente per te.

Sei stato l’amico che ho sognato, l’amore che ho trovato, il dolore che ho provato.

Ha ragione Flavia, is that really me? a scrivere “siamo stati tuttə un po’ Dawson” e che

Quando ieri Van Der Beek ci ha lasciati, non abbiamo perso solo un attore, ma abbiamo perso l’uomo che, in un gesto di verità narrativa, ci ha permesso di non vergognarci di sentire troppo.

Ciao Dawson, amico mio, ciao adolescenza, ciao giovinezza, siete e sarete sempre una parte di me.

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Laureata in filosofia, giornalista pubblicista, podcaster, formatrice, amo i gatti, i libri e viaggiare.
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